domenica 10 novembre 2024

 Una MilleCentoDì grigio topo...

 

La mia Nani la chiamava scherzosamente “La camera del lavoro”, e noi ridevamo felici e spensierati. Pareva che la vita avesse in serbo per noi tutti i regali che a poco più di vent’anni di età ti aspetti come “dovuti”...

Dovete sapere che -me lo ha detto mia mamma- la mia prima parola non fu, appunto, “mamma” ma “Vruuum! Otoo!” che nel mio linguaggio primordiale significava semplicemente “automobile”. E l’AUTOMOBILE, questo stupendo oggetto animato che esprime libertà, passione, spesso arte e sempre vita, ha condizionalo tutta mia esistenza nel più sottile delle mie cellule: ad essa ho dedicato poemi, su di essa ho scritto articoli, monografie, un libro di volgarizzazione automobilistica tradotto poi in diverse lingue, è stata il mio soggetto fotografico più “scattato” (lo sentite anche voi il Clack! dello specchietto ribaltato della reflex, o siamo tutti ormai silenziati fotograficamente parlando dalla ripresa silente e perfetta del nostro cellulare... qui andrebbe aggiunto un moto di meraviglia, se solo ci rendessimo conto del miracolo tecnico che trasforma un’informazione ottico-fotografica quasi priva dei contenuti tradizionali in una fotografia in carne e ossa, grazie ad elaborazioni informatico-matematiche, con tanto di fuoco, profondità di campo, velocità dell’otturatore, ecc. in realtà tutti virtuali).

Ma torniamo all’oggetto della ns passione, a colei che ha fatto di tutti noi persone vive, capaci di dare vita vera a soggetti in apparenza statici e senza un’anima. 

La mia 1100D grigio topo: costava allora 960 mila Lire, mentre la Giulietta (oggetto del desiderio in assoluto di tutti i giovani automobilisti innamorati di questo simbolo di vita su quattro ruote) costava ben un milione e trecento mila Lire: inarrivabile. 

Sia come sia, per me la mia nuova Fiat 1100D (il vero salto di qualità di quest’auto la farà la 1100R grazie ai suoi freni a disco anteriori! Anche se onestamente la R appare un po’ “lamierosa” e con meno personalità), è un traguardo importante, per me che provenivo da una Fiat 600 di ottava mano, ma alla quale ogni precedente proprietario aveva apportato una miglioria. Tant’è che quella Fiat 600 era un vero razzo! Ricordo che ad un certo punto mi ritrovai inclinato al posto di guida, con la spalla che si appoggiata naturalmente contro il vetro della portiera; al ché ad un certo punto andai da un carrozziere per vedere cosa si poteva fare. Il carrozziere, un uomo di “poc parol” (ero a Milano e colà di dice così!), senza proferire verbo mi guarda per un istante, poi apre la portiera del lato guida e strappa con fare brusco il tappetino gettandolo per terra; alza la gamba destra e tira due poderosi calci davanti ai pedali facendo precipitare verticalmente per terra il sedile completo di sottostante pavimento! Il carrozziere si volta quindi verso di me, mi guarda e mi urla in faccia “Ecco perché guidava storto!”.

Tornando alla mia amata 1100D grigio topo di lei una cosa ricordo con grande dolcezza: il suo meraviglioso, comodo, velocissimo, superlativo, cambio al volante! Ma ricordo con emozione in maniera dolcissima le sue fantastiche poltrone anteriori con schienale ribaltabile! E noi... cullati al suono dei 45 giri nel giradischi molleggiatissimo Philips... A questo proposito è interessante segnalare la modifica che apportai per evitare di farmelo ciulare (a quei tempi i furti di autoradio era la regola ahimè! E ancora rimpiango la mia magnifica Clarion): fissai tre occhielli a vite superiormente al coperchio in lamiera del giradischi; creai un collegamento rapido ai cavi con una coppia di spinotti Din a 5 poli maschio e femmina; praticai tre grosse fessure nel ripiano porta oggetti davanti al posto del passeggero, sotto il quale sarebbe stato posizionato il giradischi-stesso; infine mi feci realizzare da Melindo, un fabbro veneto molto bravo che aveva l’officina davanti a casa mia (solo che dovevi beccarlo prima che iniziasse a bere, e di anno in anno iniziava sempre prima!) una specie di tridente.

Il sistema era questo: accostavo il giradischi dal basso verso l’alto alla superficie inferiore del ripiano portaoggetti fino a far passare gli occhielli attraverso le tre fessure, quindi infilavo il tridente negli occhielli. E voilà. 

 

Come sapete il motore della 1100D era un milledue a tre supporti di banco con un albero a camme laterale. Faceva quello che poteva e lo faceva tutto. L’oggetto del desiderio restava pur sempre la Giulietta, malgrado una certa antipatia che suscitava a causa dell’aria di superiorità che si mettevano in faccia alcuni suoi possessori. Beh, intanto la Giulietta montava un 1300 a 5 supporti di banco, con 2 alberi a camme in testa! Ma non solo il diametro dei perni di banco del motore della Giulietta Alfa Romeo era di 55 mm mentre il diametro dei perni di banco del 1200 era di 47 mm. Ma la grande differenza lo facevano i freni: a tamburo sulle quattro ruote per la Fiat; a dischi anteriormente per l’Alfa.

Ciò nonostante, mi lasciavo sempre di più coinvolgere nei “garini” da semaforo. E tutte le volte vinceva la Giulietta, com’è ovvio. Finché un giorno presi la grande decisione: faccio elaborare (un pochino) il motore. Andai quindi a trovare “el Mariett”, soprannome affettuoso (ma molto rispettoso) di Mario Zambarbieri, un preparatore che aveva l’officina nei pressi del Cimitero Monumentale di Milano nella zona di Porta Volta. Zambarbieri era specializzato sui motori Alfa, anche se la sua esperienza iniziale gli derivava dai motori Opel, avendo iniziato l’attività con Conrero a Torino.

Fatto sta che una sera prendo la decisione: vado dopo l’ufficio a trovare lo Zambarbieri. Mi aspetto di trovare un’officina viva e rumorosa, invece trovo una specie di santuario: silenzio e oscurità, con una postazione di lavoro illuminata da un faro allo Xeno. Mi presento e Mario mi accoglie con cortesia (gli avevo già accennato per telefono della mia esigenza: un’elaborazione leggera, conscio del fatto che il mio motore non era proprio l’ideale per un’elaborazione), sorride ed alza appena lo sguardo da quello che stava facendo: lucidatura interna dei condotti d’aspirazione di un motore Alfa, il cui albero motore era tutto cromato! (Per ridurre l’attrito con l’olio). Gli esprimo di nuovo i miei dubbi, ma lui molto pacatamente mi ripete che qualcosa si può fare senza andare a compromettere l’affidabilità del motore ma soprattutto senza farlo diventare un mostro assetato! Si inizia quindi dal carburatore: montiamo un Weber invece del più semplicistico Solex; seguirà la sostituzione dei getti, poi modifica dell’anticipo, candele più fredde, filtro aria meno restrittivo, ecc. Non sarà un processo proprio breve, ma tant’è. 

Nel frattempo, io, che mio sono calato sempre di più nell’emozionantissima avventura (ho passato una vita a modificare quasi tutto...) vado a trovare Giovanni Corona: il famoso marmittaio di Milano, il mago che riusciva a far cantare il tuo motore con un sound che non era proprio fatto per metterti tranquillo alla guida! L’ideale per me!

 

Finalmente mi ritrovo alla guida della mia “rinnovata” 1100D! Un sound che mi fa vibrare nelle mie cellule più intime e recondite! Un’accelerazione Wow! grazie alla modifica alla pompa di ripresa interna al carburatore (per la cronaca il consumo ISTANTANEO è di 23 litri al secondo! Attenzione! Trattasi di un transiente! Spero di aver dissipato il vs terrore improvviso...).

I prossimi passi potrebbero essere un’accensione elettronica (costosa e non del tutto affidabile in quegli anni) e candele a quattro punte... Sì, Mario mi aveva accennato ad un albero a camme a digramma più incrociato, ma sono consapevole dell’architettura del mio onesto motore e soprattutto della presenza (micidiale in un 3 supporti di banco) delle vibrazioni di ordine secondario. Per cui desisto.

 

Ed ecco arrivato il grande giorno!

Sono fermo al semaforo di viale Fulvio Testi a Milano, è sabato e c’è bel tempo. Il motore gira che è una meraviglia; d’altra parte, si sa, le mani del Mariett’ sono miracolose! Ho un leggero tic alla caviglia destra: continuo a dare piccole accelerate da fermo, tutto nella mia 1100D è tensione, voglia di scattare. Anche perché -guarda caso- alla mia sinistra c’è una presuntuosa Giulietta bianca che, con fare indifferente, si appresta a scattare. Lo capisco perché con la coda dell’occhio vedo che il tipo alla guida -un giovane come me sembrerebbe- è molto attento a scrutare il semaforo.

Io, a parte la cura rinvigorente al motore, ho montato da poco delle gomme arrivate da poco sul mercato: sono delle Michelin a carcassa radiale. Qui le chiamano le “bassa pressiùn” ma è un controsenso perché invece richiedono di essere gonfiate ad una pressione un po’ superiore a quella delle gomme dette “diagonali”. In realtà, tutto nasce da un equivoco visivo in quanto, a causa della loro struttura a carcassa radiale, sono più panciute verso terra, tali da sembrare un po’ sgonfie, donde bassa pressione, che non c’entra un c...o!

A proposito di queste nuove gomme c’è da dire che rivoluzionano la tecnica di guida; anzitutto l’aderenza che offrono consentono di estremizzare un po’ (o tanto, a seconda del manico) la guida, Inoltre, anche la frenata può essere sfruttata più a fondo (freni permettendo, lo vedremo più avanti...).

E una volta fatto il salto non si riesce più a tornare indietro. Le Michelin sono abbordabili come prezzo ma hanno qualche difetto: sono molto dure come mescola. È vero che durano parecchio, anche 60 mila km, ma sul bagnato non sono l’ideale; sempre meglio tuttavia delle diagonali, su questo non ci piove. Le migliori radiali in assoluto erano le Dunlop, poi le Pirelli che hanno monopolizzato il mercato. Le Dunlop erano d’importazione, carissime; le Michelin, no. Probabilmente perché esisteva già la Michelin Italia. Le Pirelli saranno il giusto mix tra prezzo e prestazioni. Nel “giro” c’era qualche furbastro (o che si riteneva tale) che abbassava la pressione delle diagonali per migliorare l’aderenza. Di fatto aumentava solo, impropriamente, l’impronta dello pneumatico a terra, e di conseguenza la sua superficie d’appoggio. Tutto ciò, senza un effettivo vantaggio dal punto di vista della tenuta di strada, ma con uno svantaggio sicuro: il consumo anomalo del battistrada bilateralmente.

 

Verde! Partiamo in tromba tutti e due! Il vantaggio dell’Alfa è visibile e costante, lui tira e anch’io tiro! Viaggiamo quasi appaiati, la velocità man mano diventa inaccettabile, ormai è questione di manico! Ma io non mollo, percepisco la sua indecisione, io non mollo! Lui deve rallentare un po’ perché mancano non molti metri al prossimo semaforo: quello a cui io devo girare a sinistra per svoltare verso Cinisello Balsamo. Non m’importa! Farò una frenata da stuntman per poter svoltare, ma intanto lo “brucio!” Affondo con determinazione il pedale del freno, lui mi supera in volata ed io mi aspetto di frenare... Ma l’energia in gioco è tanta, troppa per dei tamburi armati di due ganasce, molto commerciali: infatti, i ferrodi sulla Fiat 1100D sono incollati, il ché li isola dal punto di vista termico dalla ganascia, penalizzando grandemente la dissipazione termica (un fattore essenziale in un apparato frenante). Il risultato è che i ferrodi si cuociono: si cristallizzano letteralmente, indurendosi e perdendo così grandissima parte del loro coefficiente di attrito contro la ghisa del tamburo. Per inciso, la ghisa è il miglior materiale per un apparato frenante. Ha il difetto di essere brutta, apparendo color ruggine, ma tant’è. Anni fa’, BMW Moto nella Serie 5 o 6, oppure 7 non ricordo con precisione, pensò di rimediare esteticamente montando dei dischi -bellissimi- di acciaio inox (il cui coefficiente di attrito è ben lontano da quello della ghisa). La situazione era ulteriormente penalizzata dall’adozione di pinze freno ATE, non il massimo dal punto di vista dell’efficienza. Più tardi BMW Moto rimedierà adottando gruppi della Brembo (di Bergamo) i cui dischi sono di un acciaio speciale ad alto tenore di carbonio, trattati superficialmente per conferire loro un bell’aspetto lucido: un compromesso tra estetica e funzionalità, in quanto pur presentando un coefficiente d’attrito leggermente inferiore a quello della ghisa, essi presentano una maggiore resistenza alla corrosione rispetto a quest’ultima. 

Tornando a noi, vedo avvicinarsi di gran treno l’incrocio a cui devo svoltare ma la sensazione è di frenare sul vetro! Si percepisce chiaramente come qualcosa che continua a slittare... Sì, avete indovinato: i miei ferrodi -ormai cotti- si sono cristallizzati ed io sono pressoché senza freni!

A questo punto prendo una decisione drastica: riporto a zero la leva della freccia (leggasi Indicatore esterno di direzione) e scalo una marcia accelerando dritto verso Monza: amen, girerò al rondò di Monza e tornerò indietro verso Cinisello... Pazienza.

Come potete capire, quest’esperienza mi deprime profondamente ma rigetto l’idea di sostituire i freni anteriori con dei dischi: a parte la spesa insostenibile (Ah, la R! Quanto ho invidiato il tuo avantreno a dischi...) dovrei imbarcarmi in un’odissea per omologarli, da cui non ne uscirei... (Mai avrei sospettato che anni dopo sarei diventato uno specialista da quel punto di vista, riuscendo a far omologare in Italia, a Modena per la precisione, degli esemplari unici di sidecar realizzati in Francia su mie parziali specifiche. Tutto questo, senza mai sganciare una “mancia”, come avvenuto a Milano con l’effetto di far chiudere totalmente i rubinetti all’Ispettorato della Motorizzazione Civile della città della Madunina del dom’). 

Pochi giorni più tardi, afflitto come non mai, mi presento da Mario Zambarbieri e gli confesso le mie amarezze. Da buon padre putativo egli mi ascolta, pur senza mai alzare gli occhi dal suo lavoro. Ovviamente, anch’egli scarta l’ipotesi di sostituire l’impianto frenante, riflette un po’, quindi mi dice: Se vuoi ti posso montare dei ferrodi equipaggiati di “tela MZ”, rivettati ai ceppi e non incollati. Sono ferrodi da gara, costano un tot ma la loro efficienza è fenomenale.

In effetti costano ben 80 mila lire! Ma questo sacrifico s’ha da fare! E accetto.

La modifica ai freni comporta addirittura la rettifica di secondo livello dei tamburi, oltre ad un processo di sabbiatura a grana sottile. Ciò, per ottimizzare la resa e me ne renderò ben conto!

Infatti, eccomi qui di nuovo a replicare la situazione che mi ha visto... far rientrare la freccia e andare dritto non potendo più contare sui freni. C‘è da dire che ho fatto già alcune prove e il risultato è a dir poco superiore a qualsiasi aspettativa: l’auto sembra essere equipaggiata di servofreno; basta appoggiare il piede sul pedale del freno senza neppur premere eccessivamente per percepire letteralmente il mordente della frenata, accompagnato da un leggero emozionante fruscio. La sensazione è semplicemente entusiasmante! Roba da chiedersi perché questo sistema non venga adottato di serie! Ma questo lo capirò tra non molto...

Combinazione, ho di nuovo una Giulietta appaiata acanto a me sulla griglia di partenza! Ops, pardon, volevo dire sulla riga bianca davanti al semaforo. Questa volta, sono io a prendere con fare indifferente un’aria di finta superiorità. Il tipo accanto a me sembra agguerrito, ma tra poco vedremo chi dei due se la gioca. Io per sicurezza -non potendo contare sull’endurance- mi riservo una tratta breve con svolta a sinistra, la stessa dell’altra volta direzione Cinisello.

 

Verde! Partiamo in tromba appaiati, siamo alla pari, io tiro di brutto (tanto, so che sarà per un breve tragitto, non dovendo affrontare un lungo rettilineo). Il prossimo semaforo ora segna anch’esso verde. Tiriamo come matti; il tipo della Giulietta non riesce a capacitarsi come uno con una Fiat 1100D possa prendersi simili rischi (motore a tre supporti di banco, oltretutto di piccolo diametro, e freni a tamburo di tipo economico!). Ma io conosco la mia montatura e arrivato in prossimità del semaforo a cui devo svoltare pianto la classica frenata “della madocna” proprio mentre supero in volata la Giulietta! Lui non fa in tempo a riprendermi che io -forte della poderosa decelerazione- giro alla “orcoggiuda” a sinistra, imboccando in scioltezza la direzione Cinisello Balsamo.

I prossimi giorni sono per me un fiorire di soddisfazioni, tra la sorpresa e l’ammirazione dei viandanti, automobilisti e no, di fronte ad una Fiat 1100D rombante, accelerosa ed iperfrenosa (scuserete i neologismi, ma l’entusiasmo lo impone).

Ho quasi fatto mille chilometri con i freni nuovi e in effetti la corsa al pedale si è allungata sensibilmente (i freni a tamburo con ganasce autoregistranti erano ancora poco diffusi). Prendo appuntamento con Mario Zambarbieri per la registrazione dei freni e alla sera sono in officina da lui ,puntuale come non mai. Mi sto godendo una “seconda giovinezza” verrebbe da dire... Mario si accinge a registrare le ganasce anteriori, lo vedo armeggiare, il suo viso si fa sempre più serio ed il suo sguardo tra l’attento ed il sorpreso. Armeggia un po’ a destra e poi a sinistra; poi ancora a destra e poi a sinistra. Quindi si rialza, marca una pausa, mi guarda e quindi proferisce “Non c’è più registro...”.

 

lunedì 2 agosto 2021

 LA STUDEBAKER CHAMPION VERDE ERBA

Forse avrò avuto 11 anni, abitavo ad Alexandria, era un periodo di relativa calma sociale, la Guerra Mondiale (la seconda, per intenderci, perché la prima è denominata la Grande Guerra) era terminata da pochi anni e la sensazione era che l'umanità era tesa a voler recuperare la voglia di vivere in pace; anche se per la verità in Egitto il conflitto non fu sentito un granché, dal momento che il vero proscenio fu l'Europa.

La nostra posizione di europei, e soprattutto di italiani (mio padre Mario era soggetto italiano), era benaccetta. Solo più tardi, con i disordini politici, si sarebbe manifestata l'intolleranza verso lo straniero, soprattutto verso gli ebrei. 

Da dove abitavo, sul lungo mare, la mia scuola era distante solo poche fermate di autobus, in un quartiere giudicato tranquillo. Perciò mi ci recavo da solo: attraversavo sotto gli occhi vigili di mia madre, che mi guardava dal balcone del quinto piano, un cortile antistante; quindi prendevo una piccola porta in fondo ad esso che consentiva di bypassare, a mo' di piccolo canale di Suez, un enorme blocco di palazzi facendomi trovare praticamente davanti alla fermata dell'autobus. Questi erano dei Mercedes Benz modernissimi bicolore azzurro-bianco, e i motori che montavano, dei turbo-compressi di nuova tecnologia, sibilavano in rilascio con un suono molto emozionante che assomigliava a quello di una turbina in decelerazione. Il suono era nitido e si percepiva da lontano, per cui potevo stimare con buona approssimazione l'arrivo del pullman. Questo mi consentiva di allontanarmi un po' dalla fermata per ispezionare dei dettagli che a molti sarebbero parsi del tutto insignificanti.

Da diverse mattine la mia attenzione veniva catturata da un'automobile americana di color verde erba con un muso d'aereo, parcheggiata sul marciapiede di fronte davanti ad un grande negozio di alimentari “Da Louros”. Mia madre vi si recava spesso a fare spesa anche se era un po' caro, perché la merce era di ottima qualità ma soprattutto perché vi si trovavano i prodotti italiani: della pasta, di cui non ricordo il nome e del vino Chianti di marca Fassati, che esiste ancora oggi!

A quell'ora le serrande erano ancora abbassate e l'auto verde di lì a poco sarebbe schizzata via. Infatti, ebbi l'occasione più volte osservandola dal pullman che mi portava a scuola di scorgere una figura d'uomo dall'aspetto agile ma possente che velocemente entrava nell'auto, per ripartire dopo pochi secondi con grande accelerazione.

Sono sempre stato attratto in maniera totale dalle automobili (credo che il primo verbo che ho proferito in vita mia sia stato auto anziché mamma): questa passione, perché di questo si tratta, mi ha spinto a diventarne uno specialista da semplice amatore; ho lavorato in diverse case automobilistiche anche all'estero, ho scritto dei manuali tecnici sulla loro tecnologia costruttiva e persino un libro di volgarizzazione tecnica, poi tradotto in alcune lingue. 

Qui tengo a fare un inciso: la mia seconda passione è stata ed è l'elettrotecnica, poi ampliata all'elettronica applicata, inevitabilmente. Questo, per dire quanto la mia visione personale dovrebbe essere pro auto elettrica. Senza voler toccare i temi, ampi e spinosi, della produzione e dello smaltimento degli speciali accumulatori elettrici destinati all'autotrazione, sono passato da uno scetticismo, ingiustificato, all'entusiasmo per questa nuova visione del mondo della mobilità individuale dopo aver compiuto un viaggio su una Tesla! Lì ho capito che l'auto elettrica non è un mero mezzo di locomozione, ma un elemento facente parte di un sistema di mobilità: nella visione della futura mobilità individuale e collettiva improntata all'elettrico tutti i mezzi saranno collegati tra di loro, scambiandosi in tempo reale delle informazioni essenziali su tutti i parametri che possono condizionare la sicurezza e la comodità del viaggio. 

Eppure, devo dire che malgrado il basso rendimento finale dell'automobile a propulsione endotermica (parliamo di un 25 per cento, vale a dire che su 100€ di benzina che si mettono nel serbatoio 75 si disperdono, principalmente in calore) e il fatto che ancora oggi il funzionamento del motore a pistoni abbia del miracoloso, non vi è nulla di più umano sotto l'aspetto emozionale di questa tanto deprecata automobile come la conosciamo e l'amiamo. Chi non si emoziona alle lacrime di fronte ad una Lancia Aurelia B24? Oppure davanti ad un'Alfa Romeo GT Am?

È con questo spirito aperto al meraviglioso che, piccolino, mi accostai a questo simbolo vivente su quattro ruote della leggenda immortale che si fregia con orgoglio dell'appellativo “American way of life”. (Non lo sapevo ancora, ma stava nascendo in me quello che oggi è saldamente il mio universo parallelo). L'auto era una Studebaker, il modello Champion, costruito dal 1950 al 1959 (paradosso dei paradossi: la Studebaker iniziò la propria attività in campo automobilistico con la produzione di un'auto a propulsione elettrica).

Un dettaglio mi colpì immediatamente: l'auto aveva dei bordini larghi diversi centimetri saldati tutt'attorno ai passaruota e non aveva i paraurti. Le ruote calzavano degli pneumatici visibilmente enormi, larghissimi, che occupavano tutto lo spazio aggiunto dai bordini saldati alla carrozzeria. Mi accostai per guardare all'interno, soprattutto la strumentazione (un'abitudine che non ho perso e che per poco non mancò di farmi considerare un topo d'auto dalla polizia di New York). L'auto aveva indiscutibilmente l'aspetto di un aereo ed esercitava su di me un fascino maestoso e possente, elegante nella sua superiorità consapevole. 

Questo appuntamento mattutino diventò una specie di rito per me. Mi fermavo, le giravo attorno, a volte la accarezzavo persino se non c'era nessuno per strada. Spesso il vano motore risultava ancora caldo, ed emanava un odore inebriante di meccanica, di ferro e olio.

Una di quelle mattine ebbi la sorpresa di avvistarne il proprietario: alto e atletico, indossava una divisa aeronautica che aggiungeva fascino a fascino, forse poteva avere poco più di trent'anni. Era esattamente come avrei immaginato che fosse il possessore di quella specie di aereo su quattro ruote.

Così presi l'abitudine di aggiustare i miei orari in modo da riuscire a vederlo mentre partiva di gran treno, incurante dello scalino costituito dal marciapiede.

Una mattina, mentre ero concentrato ad imprimere nella mia mente ogni dettaglio di quella che oggi definirei una scultura moderna, me lo trovai vicino, armato di un bel sorriso gioviale ed invitante! Si fermò ad illustrarmi dei dettagli dell'auto: era stata elaborata e la sua potenza era quasi raddoppiata! Venni a sapere il suo nome, Mabrùk, Sottotenente Mabrùk pilota dell'aeronautica militare egiziana. La mia ammirazione era al culmine e nel mio immaginario egli impersonava il cavaliere senza paura accanto al suo destriere! Diventammo quasi amici, al punto che una mattina mi accompagnò con il suo bolide direttamente a scuola!

Passò un anno, forse due, forse tre; intanto cambiai scuola, iniziavo ad uscire il pomeriggio del sabato per andare al cinema con degli amici coetanei, sperando anche di incontrare qualche ragazza carina che avevo adocchiato all'uscita del liceo. A quei tempi la vita in Egitto, soprattutto per noi europei, era marcatamente improntata a quel famoso way of life americano. E tutto attorno a noi ce lo ricordava: le automobili erano quasi tutte americane, Chevrolet, Cadillac, Buick, Desoto, Packard, autentici gioielli Fifties di cui ancora oggi vado letteralmente pazzo (solo mio padre, da italiano irriducibile, aveva un'auto Fiat); le gelaterie avevano nomi americani, tipo Gladys; accanto ai ristoranti tradizionali, quasi tutti in mano a greci, iniziavano ad apparire dei Fast Food dai nomi americaneggianti, come Hardee's; i cinema portavano tutti nomi americani: Metro, Rialto, Strand. Gli stessi nostri modi, il nostro linguaggio, erano di stile Yankee, ci salutavamo dicendoci “Hi, bye, see you soon!”. I film erano tutti in lingua originale e accanto a poche pellicole francesi e italiane, la parte del leone la facevano i film americani, con i loro kolossal, girati per lo schermo panoramico. Tutti i film erano sottotitolati in due o tre lingue a seconda dell'origine, tra francese, inglese e arabo, per noi era una cosa normale.

Con il benessere e soprattutto con l'avvento di una nuova generazione di giovani provenienti da famiglie agiate economicamente, soprattutto europee, si diffuse massicciamente l'impiego dell'automobile: bolidi americani animati da potenti V8 da centinaia di cavalli. E fiorirono di conseguenza gli incidenti stradali, soprattutto di notte, alcuni particolarmente cruenti.

Questo fatto degli incidenti stradali diventò quasi un bollettino di guerra: molte delle giovani vittime erano note, soprattutto per via della posizione economica e sociale della famiglia. La decimazione diventò un flagello che le autorità non riuscivano a domare.

Queste morti premature diventarono anche motivo di accese discussioni tra i giovani, stimolati forse dall'attrazione di una vita vissuta apparentemente all'insegna del coraggio e del gusto di rischiare. Così, invece di costituire un freno alle imprudenze, questi drammi stimolarono il fenomeno perverso dell'emulazione. La moria di giovani vite pareva inarrestabile.

Furono affissi cartelloni, manifesti, inviti alla prudenza, spazi pubblicitari specifici nei cinema: invano. 

Alla fine le autorità cittadine decisero che un buon deterrente poteva essere la visione diretta di ciò che restava di questi drammi, almeno a livello materiale, in modo da impressionare in maniera concreta le coscienze dei potenziali morituri.

Qui va detto che il centro nevralgico di divertimento della città, quello maggiormente frequentato dal pomeriggio del venerdì a quello della domenica (essendo allora l'Egitto un paese cosmopolita i giorni di festa comandata erano tre: il venerdì per i musulmani, il sabato per gli ebrei e la domenica per i cristiani) era formato da una vasta piazza a sviluppo quasi quadrato, a cui si affacciavano molte delle sale cinematografiche più prestigiose, tutte dotate di cinemascope. Fu quindi presa la decisione da parte del governatorato locale di edificare nel bel mezzo della piazza una specie di soppalco recintato, illuminato da potenti riflettori, su cui esporre i relitti più impressionanti delle auto incidentate.

Fu un pugno nello stomaco, soprattutto per noi giovani (chissà se il mio interesse per le prove di crash nasce proprio da questo?) perché oltre alla visione dello stato reale di un posto-guida ridotto a scatoletta, che lascia bene intuire che cosa può essere rimasto da chi sedeva al volante, allo spettacolo di poderosi paraurti d'acciaio cromato piegati come carta velina (le strutture differenziate che hanno salvato tante vite assorbendo l'energia d'urto erano ancora di là da venire; si può quindi ben immaginare le conseguenze della piena violenza dell'impatto sugli occupanti dell'auto), all'immagine degradata dallo sfacelo subìto di quella che era stata una bellissima auto di lusso, lo choc maggiore fu il riconoscere l'appartenenza dell'auto esposta. La città non era molto grande allora, malgrado i fasti storici e mitologici di quella che da sempre è stata denominata “la cité de tous les savoirs” (non dimentichiamo che il faro di Alexandria, i cui resti sono stati ritrovati appena pochi decenni fa' da un'équipe archeologica francese nel profondo del porto antistante alla città, era considerato una delle sette meraviglie del mondo; e come non menzionare la Grande Bibliothèque ivi realizzata da Carlo Magno, quattro volte distrutta?) e le famiglie che potevano permettersi di concedere al proprio figlio una vettura di gran lusso, non erano certo moltissime. La loro notorietà era dovuta anche dal fatto che all'uscita delle scuole (dal Lycée Français, come dall'Institut San Marc, oppure dall'École Juive) i “rejetons des familles riches” venivano accompagnati e prelevati da tanto di auto di prestigio americana guidata da autista in livrea.

La folla si radunava attorno al palchetto, in un silenzio pesante, a volte rotto da un grido represso di disperata sorpresa: “Ma questa è l'auto di Paulette Herzenstein!”, “Oddio, è la macchina di Georges Spaulding!”, “È la Desoto di Jean Clementi!”... 

Così, i pomeriggi e le serate che dovevano essere dedicate allo svago e alla spensieratezza finirono per trasformarsi in un lugubre e ansioso pellegrinaggio silente. La città ne risentì fortemente, sembrava di avvertire l'atmosfera immobile della città di Orano descritta da Albert Camus ne “La peste”. La piazza dei cinema diventò deserta, presenziata solo da quei terribili trofei illuminati a giorno.

Finché un bel giorno fu annunciato che non sarebbero più stati esposti i cadaveri metallici delle automobili sinistrate, sudario spietato di giovani vite spezzate.

Ricordo quell'ultimo sabato: la gente in piazza si precipitò ad osservare quella che doveva essere l'ultimo macabro spettacolo, forse per esorcizzare definitivamente quella che pareva essere una maledizione infinita. Mi precipitai anch'io e fu allora che la vidi: sul palchetto, ormai polveroso, giaceva quel che restava della Studebaker Champion verde.



sabato 19 giugno 2021

 Poesia dei sognatori


... Con questo disco che non si ferma mai,

Che ripete e ripete la stessa canzone,

Divenuta ormai “rengaine”,

Che continua e continua,

Come a volere a tutti i costi ricordarmi

Perché questa notte non finisce mai.


Una canzone bella e tenera,

Come bella e tenera avresti voluto che fosse questa notte;

Desiderio disatteso,

Ormai da molto tempo, 

Forse davvero da troppo tempo...


… Il calore dell’abbraccio,

Quasi una ricerca di consolazione,

E forse, soprattutto, la speranza di essere accolto 

Come sei,

Con le tue paure,

Con le tue imperfezioni…


In quest’ora della notte in cui molti dormono

E altri sognano;

In cui qualcuno piange

E qualcun altro spera

Contro ogni speranza…


Questa notte in cui l’unico rimedio sembra l’oblio…


Con questa canzone che non finisce mai,

Che par volermi ricordare a tutti i costi quello che sono stato

E che, forse davvero, non sono più…


In quest’ora della notte,

Così tarda, o così “presta” del piccolo mattino,

Non dormi e attendi…

Perché ti rimane un senso di incompiutezza…

Il senso di qualche cosa che manca ancora

Per chiudere la giornata;

Questa giornata che ancora esitiamo ad “archiviare”.


E spesso -quanto spesso- finisce che non lo troviamo 

Quel piccolo qualcosa

Che ci mancava

E che ci sembrava importante.


Allora ti rassegni ad andare a dormire,

E ad andarlo a cercare 

Il sonno breve che ti resta.

Ma con un po’ di disperazione.


lunedì 24 gennaio 2011

Norma e mamy sur la K100 (d'une vieille diapo)


Eravamo andati a trovare mamma a Villa San Martino e io le avevo fatto fare un giro sul sidecar. Allora ero forte e l'avevo alzata di peso con le braccia per farla entrare.
Avevo credo 48 anni. Ero un leone.
Ricordo che allora (sarà stato il '90) pagavo 3 milioni e mezzo di retta e io guadagnavo 2 e mezzo! Tutte le volte mi veniva il mal di pancia per la preoccupazione di non riuscirvi.
Dio mi ha aiutato: allora la mia preghiera a Dio si concludeva sempre con le parole "fai che riesca a mantenere Ma' finché vive!". Ed è vissuta altri 15 anni, per mia fortuna (Dio è stato comprensivo con me: me l'ha tolta piano piano per darmi il tempo di accettare l'idea che mamma sarebbe morta).
Ed io ce l'ho sempre fatta!
Oggi la mia preghiera è simile, per altri versi... forse più drammaticamente.
Ma di questo parlerò forse in un altro post.

Norma era..

Una persona speciale che nessuno -mai- rimpiazzerà, anche quando tra molti anni la vita ti sembrerà ricucita.
Io, malgrado la presenza FORTISSIMA di Veronica (di cui non smetterò mai di ringraziare Dio a sufficienza) ancora oggi ho spesso le lacrime agli occhi pensando a Norma (avevo scritto una poesia su uno dei primi Gold Rider. C'era un verso che diceva "... e quando sono risalito dall'inferno..." ecc.).
Norma era una persona così, lavorava alla Regione Piemonte in via Massena a Torino (una traversa della via parallela a via Sacchi, dall'altra parte della stazione ferroviaria di Porta Nuova). La gente a Natale le portava dei cioccolatini e lei si chiedeva il perché: perché alla gente sembrava impossibile trovare ad uno sportello pubblico una persona così gentile, disponibile, sempre col sorriso!
Un nostro amico prete Don Flaviano dell'Istituto Rebaudengo, che ci sposò, volle celebrare una mesa di commiato nella chiesa attigua alla Regione (non mi ricordo il nome di quella chiesa, ma si trova voltato l'angolo di via Massena). Io non ci andai, sentivo che non avrei retto all'emozione... Ma mi è stato riferito che la chiesa era talmente piena (parlo di anni in cui la Regione Piemonte brillava del colore rosso dei "compagni"), che la coda delle persone in fila occupava tutta la via e quella che faceva angolo!


Chi era Norma

Norma era una persona felice, sempre allegra e non pensava mai male di nessuno. Se qualcuno le faceva un torto era sempre pronta a pensare che non aveva fatto apposta. All'inizio pensavo che fosse pazza! Come poteva vivere così una persona, per giunta vedova con due figli piccoli (4 anni Daniela e 8 Alessandro), mentre io ero sempre corrucciato e pessimista? In silenzio ci provai, attendendomi chissà quale batosta del destino; poi invece, ma ci misi qualche anno per convincermene, mi accorsi ch'era possibile! E la mia vita cambiò.
Norma non fumava, mangiava con moderazione (come tutto ciò che faceva d'altronde), andava in piscina ed evitava naturalmente lo stress se poteva. Il suo carattere ottimista ad oltranza la favoriva in questo.
Grazie a lei, riuscì nell'impresa da molti giudicata impossibile o da pazzo, di crescere due figli acquisiti e di creare una famiglia vera. 
Giravamo il mondo in sidecar e la gente diceva che eravamo pazzi, che un giorno o l'altro...! Io, allora, ero in forma e cannavo come pochi col side: mi ricordo che una volta scendendo dal Sestriere feci a gara con un Lancia Delta Rally. La macchina, potentissima, riuscì a bruciarmi solo arrivati al rettilineo che portava verso Torino. Non ci fu niente da fare nei tornanti! Allora chiesi a Norma (era una perfetta compagna anche in questo: ti metteva addosso fiducia alla guida) se aveva avuto paura. Lei mi rispose muovendo un po' la mano e dicendo "tanto, quando non è la sua ora...". Eppoi aveva un altro grande pregio, che seppi apprezzare solo qualche anno dopo: parlava poco, e quando parlava io ero tutto attento ad ascoltare perché erano parole semplici, come lei, pulite ed essenziali, frutto di un animo esente da malvagità! Pensa che una volta, dovetti passare in alta montagna su una strada che era franata. Eravamo andati alle radici del Po. Le altre moto riuscirono a passare, ma io avevo il sidecar. Allora venne posato un asse di legno, largo venticinque centimetri e spesso un bel tre centimetri, tipo quelli che usano i muratori... per passare con la terza ruota! Feci scendere Norma, fissai l'asse con lo sguardo, guardai il burrone sotto, mi concentrai e freddamente passai di giustezza. Tutti applaudirono e Norma mi disse stringendomi la mano: "Bravo, amico!". Per dirti la persona che era, fantastica.
Quando i ragazzi, ormai grandi, se ne andarono per proprio conto (pur restando ancora in casa) Norma si rattristò. Il mio amore mi fece capire che aveva bisogno di qualcosa a cui dare ancora la sua dedizione e la sua protezione. Allora arrivò Briciola nella nostra coppia, una cagnolina minuscola frutto di un incrocio tra pincher nano e un chiwawa. Briciola divenne un cane dalla cultura mittle-europea: girò il mondo in sidecar, visitando tutti i musei d'Europa e i siti culturali più chiusi ai cani. Norma era di nuovo felice. Briciola viaggiava nella sua borsa e sapeva di dovere stare zitta quando era il momento. 
Avevo un bollitore per il caffè sul side e questo serviva anche per riscaldare i Plasmon che portavamo per Briciola quando eravamo in viaggio. Briciola viveva in simbiosi con Norma ed aveva anche imparato a stare da sola la sera in tenda in silenzio a dormire, mentre noi si ballava e si faceva festa con gli amici motociclisti dopo cena. La nostra vita era una vacanza... che sembrava non dovere finire mai... e di ciò io ringraziavo Dio, tutti i giorni.
Ma Dio aveva dei piani diversi, per Norma e per me.


Ricordi quella tenda


Ricordi quella tenda? Fuori faceva freddo ma dentro, il nostro sacco a pelo matrimoniale di vera piuma ci teneva caldo. Quante nottate, con la brina fuori sulla Ferrino! Dentro l'aria era ghiacciata ma noi dormivamo abbracciati, con la piccola radio-cuffia un auricolare per uno... Se non era amore quello...
E fuori, quasi attaccata alla tenda, la nostra moto, bella come non mai, e poi vista dal basso era ancora più imponente! E là nel lontano, ancora al bristrot di tenda gli amici francesi che si facevano l'ultimo ballon de rouge; era sempre l'ultimo, ma poi ce n'era sempre un altro... fino alle quattro del mattino! A volte fino alle cinque.
E quella notte al motor-rallye, quei pirla di tedeschi ubriachi che non finivano di torcersi dal ridere di fronte a quell'altro pirla che si divertiva a tirare a 10 mila giri la sua moto da ferma! E gli altri… che applaudivano! Roba da matti. Eppur era bello, anche perché quell'indomani mattina trovai nell'erba il mio portafoglio, intatto! Purtroppo, quella volta si ammazzò un ragazzo, tedesco anche quello, pieno di birra! Come gli altri d'altronde, che dormivano per terra all'aperto con 1 grado! E la mattina alle otto dormivano ancora!
Ancora un ricordo, dolcissimo: arrivammo a notte fonda, ma con l'aiuto degli inglesi riuscimmo a mettere su la tenda, al buio completo e con l'acqua che non si fermava. E quale fu la sorpresa la mattina, all'alba, quando un raggio di luce insistente che ci picchiava negli occhi ci obbligò ad aprire la tenda: eravamo di fronte al mare, ma il mare non c'era! Si era ritirato, e tutte le barche giacevano sul fianco, adagiate dolcemente, attendendo l'arrivo dell'alta marea che le avrebbe rimesse in piedi.
Quanti anni sono passati, quanti ricordi ho ancora... Un giorno ti parlerò di Berlino Est, del Mauer caduto, di Alexander Platz! Un'altra volta ti racconterò di Brest, con la tempesta che schivammo per un pelo... Eppoi di Praga, con il suo campeggio immenso all'inverosimile pieno di giovani di tutte le razze; e di Parigi: un campeggio in centro alla città! Roba da non credere... Potrei scrivere un libro, mille libri! E vorrei anche parlare dei miei amici, del fedele Carlo che volò per terra da fermo, in piedi, lui e la sua moto per… un colpo di vento! in Austria...
Ma non scriverò nessun libro, perché tu non ci sei più… Te ne sei andata, in punta di piedi per non disturbare, come sempre. 

Ma mi hai lasciato in eredità la tua profonda saggezza. E quando sono uscito dal baratro e risalito dall’inferno, ho trovato nel mio zaino altri doni che tu mi avevi preparato e che io, forse, per le troppe lacrime, non avevo veduto: la tua gaiezza e la tua gioia di vivere. Ti amo.




A Norma


Ogni minuto della mia giornata con te è una meraviglia e una gioia.
La mattina, quando vedo il tuo sorriso.
A mezzogiorno, quando ti ritrovo per mangiare assieme.
Il pomeriggio, quando sento la tua voce allegra per telefono.
La sera, quando finalmente ti posso abbracciare.
Di notte, quando facciamo l'amore appassionatamente.
Il risveglio, per la felicità di essere ancora assieme a te.

E aspetto che la vita passi giorno per giorno, io con te,
nel cammino verso la neve nei capelli,
con tenerezza e amicizia,
con la contentezza di averti vicino
e con la preghiera che faccio a Dio tutti i giorni
di non allontanarci mai,
di restare così sempre mano nella mano,
come la prima volta,
da quando ho avuto la grande fortuna di incontrarti.


venerdì 14 gennaio 2011

C'est moi (j'avais encore des illusions...).

American (European) Way of Life...

Un atto d'amore. Che arriva da lontano.

Ecco. Ora capite?

La pace. La semplice coscienza di sé. L'armonia con il creato.

Francesco Messina. Torso di giovane. Multiplo numerato in 75 esemplari. Capolavoro.

Grande Massimo Donadi (IDV)

La prima riforma della quale il paese ha bisogno. Bisognerebbe infatti partire dalla radice. Cioè da cambiare le regole che sorreggono il nostro sistema dell’Informazione e della Comunicazione televisiva. Oggi non si può prescindere da questo, soprattutto in una società come la nostra, nella quale l’informazione condiziona pesantemente l’opinione pubblica. Mi riferisco a due cose. La prima, che dovrebbe valere per tutti i mezzi di informazione, è l’assoluta incompatibilità tra la proprietà e/o il controllo di mezzi di informazione e l’attività politica. La seconda , valida solo per le televisioni, è il divieto assoluto e inderogabile ai mezzi di informazione di sostegno privilegiato a una formazione politica o a una coalizione. Solo così la nostra democrazia, da anni condizionata  dalle intricate vicende giudiziarie e dal conflitto di interessi del premier, potrà essere libera dal cappio che ha intorno al collo da quando è sceso in campo  Silvio Berlusconi.  Solo così si potrà impedire che un altro 'Berlusconi' metta sotto ricatto ancora la nostra democrazia.

"Natività" di Salvatore Fiume. Laminata oro 24 carati. Esemplare numerato per il Giubileo del 2000.

Eh sì, l'iPhone. Grande Apple!

E certo... PER NON DIMENTICARE! Revisionismo oggi! Che vergogna.

Grande film, grande Sean Connery, grande Umberto Eco.

È stata una speranza e lo è tuttora! Ma CHI va al suo posto?!

ANNOZERO. La vendetta contro la sopraffazione di regime.

Pleo. La "Tecnologia che salva" i sentimenti...

Alfa Romeo. Una passione. Un passato glorioso. Quale futuro?

"Il Fatto Quotidiano": un giornale LIBERO, non lercio.

Giovanni Paolo 2°, Jean Paul 2, Karol Wojtyla. Grande, VERO, Papa. Ho pianto quando ci hai lasciati, e mi sono sentito solo.

Abito qui, da qualche parte...

Gesù, il puro, l'Agnello di Dio. Speriamo -alla fine- di potere incontrare Lui.

Ah, la mia 601! Era divenuta il prolungamento del mio occhio. Mi è costato disfarmene, ma era a pellicola.

La D100: grande macchina. Ce l'ho ancora.

Antonio Di Pietro: L'UNICO che si batte per la legalità. Lo seguo.

La Mariapoli. Scoperta e rinnovamento.

Ah, bè... Niente da dire (peccato che non la conosco).

Obama: è stato la grande speranza del cambiamento. Forse abbiamo sottovalutato la difficoltà del 3° millenio.

Ce qu'elle est belle! Merde.

Sidecar GoldWing 1800/EML Gt twin: imponente ma delicata e costosa.

Ma fille Veronica: la tendresse. Cerco di essere per lei quello che mia mamma è stata per me.

Gabriella, ma première femme (que j'ai perdue): l'amore disperato.



Norma, ma deuxième femme (que j'ai perdue): semplicità e grandezza


Mamma (Mamy): cultura e abnegazione.

Non è una "cosa strana". Per chi mi conosce (e mi apprezzerebbe...)

La voilà qui chante. Qu'elle était sexy". Nous étions tous amoureux d'elle.

Voilà une chanson vraiment "charmeuse". C'était Françoise Hardy qui chantait...

MA JEUNESSE FOUT LE CAMP
(Paroles et Musique: Guy Bontempelli,   1967)
Françoise Hardy (France)


Ma jeunesse fout l'camp
Tout au long d'un poème
Et d'une rime à l'autre
Elle va bras ballants
Ma jeunesse fout l'camp
A la morte fontaine
Et les coupeurs d'osier
Moissonnent mes vingt ans

Nous n'irons plus au bois
La chanson du poète
Le refrain de deux sous
Les vers de mirliton
Qu'on chantait en rêvant
Aux garçons de la fête
J'en oublie jusqu'au nom
J'en oublie jusqu'au nom

Nous n'irons plus au bois
Chercher la violette
La pluie tombe aujourd'hui
Qui efface nos pas
Les enfants ont pourtant
Des chansons plein la tête
Mais je ne les sais pas
Mais je ne les sais pas

Ma jeunesse fout l'camp
Sur un air de guitare
Elle sort de moi même
En silence à pas lents
Ma jeunesse fout l'camp
Elle a rompu l'amarre
Elle a dans ses cheveux
Les fleurs de mes vingt ans

Nous n'irons plus au bois
Voici venir l'automne
J'attendrai le printemps
En effeuillant l'ennui
Il ne reviendra plus
Et si mon cœur frissonne
C'est que descend la nuit
C'est que descend la nuit

Nous n'irons plus au bois
Nous n'irons plus ensemble
Ma jeunesse fout l'camp
Au rythme de tes pas
Si tu savais pourtant
Comme elle te ressemble
Mais tu ne le sais pas
Mais tu ne le sais pas